Il nome delle tecniche, tra descrizione e simbologia

Nei nostri precedenti articoli dedicati alla analisi delle 37 forme che costituiscono la base della pratica del Tai Chi Chuan abbiamo già evidenziato l’importanza del nome con cui sono individuate le varie forme, notando che spesso esistono notevoli differenze tra il significato letterale degli ideogrammi del nome della forma e la loro traduzione in termini occidentali, stante anche la difficoltà a racchiudere in una sola parola i numerosi significati che un ideogramma può avere.

Nomen omen, il destino nel nome

La questione è particolarmente complessa perché investe diversi aspetti tra loro complementari, a cominciare dall’utilizzo di termini che in Oriente possono essere familiari mentre in Occidente sconosciuti oppure – ancora peggio – prestarsi a fraintendimenti, come nel caso di “Tenere e brandire il pipa” (Shǒuhūi Pípā, 手挥琵琶) che spesso viene tradotto come “Sollevare il liuto” , esemplificando il gesto fisico e individuando lo strumento musicale cinese con un altro simile che non crei confusione con la pipa utilizzata per fumare il tabacco. Situazione simile la troviamo con “Afferrare la coda del passero” (Zuǒ lǎn quèwěi, 左揽雀尾), dove non di rado il passero viene sostituito con altri uccelli dalla coda più o meno lunga (fagiano, fenice, ecc.) ed esteticamente più appariscenti del minuto uccellino (anche l’immaginazione vuole la sua parte!).

Approfondendo un po’ più la questione, occorre dire che nella maggior parte delle culture, nel nome non solo di una persona, ma anche di un oggetto fisico o di una entità più o meno astratta (una città, un essere divino, un animale) era contenuta la sua essenza, tanto che i latini usavano affermare che “nomen omen”, ovvero che nel nome fosse contenuto il destino di chi lo portava. Era inoltre credenza diffusa che conoscere il vero nome di qualcuno o qualcosa significava avere potere su di lui e poterlo comandare. Gli esempi sono tantissimi in questo caso: in molte culture il nome di un uomo usato dai familiari era diverso da quello utilizzato pubblicamente, alla stessa maniera il vero nome di una città era conosciuto solo da pochi, per evitare che venisse rivelato ai nemici. Ancora, in molte culture (compresa quella occidentale) i nomi delle persone evocavano animali o qualità (Achille: senza labbra, Claudio: zoppo, Adelaide: figlia nobile, Agnese: casta, e così via).

Il nome delle tecniche

A questa considerazione di ordine generale, se ne possono aggiungere altre, più specifiche rispetto alle tecniche marziali. In questo campo abbiamo due tendenze, una che identifica una tecnica con una mera descrizione della azione o del principio fisico che viene applicato, ed un’altra che invece usa metafore ed analogie più o meno fantasiose o simboliche.

La prima modalità la si ritrova spesso nelle Scuole moderne, specialmente di origine giapponese, che hanno nel loro curriculum tecniche come “kote gaeshi” (ribaltare il polso), “choku tsuki” (pugno diretto), “shomen uchi” (percossa frontale) e così via. Scuole più antiche, in tutto l’Oriente, utilizzano invece la seconda modalità, con nomi che vanno dal già citato “Afferrare la coda del passero” ad “Addomesticare la Tigre”, passando per “Due soffi di vento” o “Aprire il ventaglio”.

Questa seconda modalità si manifesta poi in diverse attitudini, da quella che nel nome richiama comunque il gesto fisico che si va ad eseguire, come nel caso di “Piantare i fiori” o “Respingere la scimmia” a quella che invece utilizza immagini fantasiose e immaginifiche, come “La ragazza di giada tesse la tela e lancia la spola” oppure “La Tigre abbraccia il cucciolo e torna alla montagna” (solo per citare alcuni esempi).

E’ facilmente comprensibile il motivo che ha spinto la maggior parte delle Scuole tradizionali ad utilizzare nomi ricchi di fantasia e simboli; questo metodo fa si che chi conosce la tecnica possa facilmente associare il nome al gesto da eseguire, cosa invece difficile – se non impossibile – per chi voglia risalire all’azione da compiere partendo solo dal nome.

Oltre all’aspetto pratico e precauzionale sopra evidenziato, è importante anche notare che questa modalità si rifaceva anche ad una necessità didattica; in passato infatti erano molto pochi coloro che sapevano leggere e scrivere e quindi nella maggior parte dei casi gli insegnamenti venivano trasmessi oralmente, non di rado tramite poesie e canzoni che favorivano la memorizzazione della sequenza delle tecniche da eseguire nella forma. A questo aspetto didattico, dobbiamo anche aggiungere il particolare che la maggior parte delle Scuole antiche vantavano origini mitiche o divine e quindi il nome delle tecniche utilizzate non di rado era parte integrante di questa mitologia, diventando funzionale ad una narrazione fantastica che permetteva non solo di memorizzare meglio particolari specifici, ma anche di focalizzarsi su principi tecnici (e non solo…) alla base delle azioni eseguite.

In altre parole, una tecnica come “Il Serpente striscia nell’erba”, ad esempio, sicuramente suggerisce in maniera visiva il tipo di azione da compiere, ma allo stesso tempo, al praticante iniziato ai principi della Scuola, potrà ricordare anche che nella sua pratica dovrà utilmente integrare le caratteristiche (reali o simboliche che siano) attribuite al serpente: muoversi in maniera sinuosa, attaccare e ritrarsi velocemente, spostarsi dissimulando il proprio movimento, e così via. E’ quindi facile immaginare che una Scuola che si rifaccia alla Gru Bianca o alla Mantide abbia modalità di azione abbastanza diverse da quella che si ispira invece alla Tigre, solo per citare alcuni degli esempi più noti.

Queste caratteristiche non sono esclusivamente patrimonio delle Scuole marziali orientali, poiché anche in occidente abbiamo esempi di questo tipo: chi abbia l’occasione di confrontarsi con praticanti di Scherma storica scoprirà che esistono guardie di spada con nomi come “Porta di Ferro”, Dente di Cinghiale” o “Posta di Donna”, così come non mancano i trattati – come il “Flos Duellatorum” – che descrivono le tecniche di combattimento con strofe in rima baciata.

Due aspetti di una stessa realtà

Tornando alle discipline interne comprese nel curriculum tecnico del Vecchio Stile Fu, sono molte le tecniche ce vengono spesso identificate con almeno due nomi, uno – appunto – più direttamente legato alla esecuzione pratica della forma ed un altro più evocativo; è il caso ad esempio di “Frusta semplice” conosciuta anche come “Trasformare la pillola dell’immortalità oppure Carezzare il ginocchio” nota anche come “Il Drago verde emette la Perla, solo per citare due esempi. Può essere interessante considerare questi aspetti nella nostra pratica, magari visualizzando quanto viene evocato dalla forma che stiamo eseguendo, oppure usare questi nomi per costruire una sorta di fiaba utile a catturare l’attenzione dei bambini.

Come è facile intuire, su un argomento simile ci sarebbe molto ancora da dire, ma ci accontentiamo di aver stimolato qualche riflessione che potrà essere approfondita chiedendo ai propri Maestri oppure facendo qualche ricerca su libri e siti internet, in modo da poter apprezzare ancora di più la profondità e la avvincente complessità di quanto abbiamo avuto la fortuna di ricevere dai nostri Maestri.

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